IL SANGUE

sangue

 

 

Più che uno spettacolo teatrale, Delbono ha progettato un concerto in forma drammatica e, con una straordinaria Petra Magoni, ha intrapreso il suo viaggio musicale nella classicità lavorando sul mito di Edipo. È nato così Il sangue, che fin dal titolo cita i temi e i titoli che da qualche tempo costituiscono il territorio culturale e umano di Delbono. Uno straordinario artista che con una sensibilità tutta personale riesce a leggere la situazione sociale e politica attorno a lui anche attraverso la propria biografia. La condizione tutta particolare della orfanità di Edipo, spogliata dell’aura mitologica della maledizione divina e della Chimera, dell’assassinio ignaro del padre, e della morte che si dà la madre per aver concepito, con lui figlio, altri figli destinati alla maledizione e all’infelicità, diviene la sofferente condizione di sradicamento di una creatura di oggi. Costretto a misurarsi con la morte e peggio ancora con la vita, ovvero il grumo di rapporti malati e dei non/rapporti di sofferenza che lo allontanano da speranze e illusioni, ma anzi tendono a rinchiuderlo in una invalicabile gabbia di sofferenza. «Solo colui che ha attraversato indenne il confine della vita, solo quell’uomo puoi chiamare felice» dice Sofocle del suo Edipo, e in qualche modo è questa la traccia del percorso che Pippo Delbono e Petra Magoni, con le musiche preziose che Ilaria Fantin trae da strumenti antichi come il liuto e l’opharion (e quando serve dalla chitarra elettrica), tracciano sul palcoscenico storico dell’Olimpico. Le parole di Pippo trovano eco e musicalità nei ruggiti e nelle cascate vocali di Petra, per poi ricomporsi nelle volute fascinose di melodie rinascimentali, da Peri e Caccini al sommo Monteverdi. Anche se le performances di lei conquistano il pubblico variando in un gospel o in un hit rock dove freme una condizione umana combattuta e gridata. Ma poi si sprofonda in radici ancestrali,come l’antico canto del contadino pugliese all’Antica terra mia che guarda sconsolato Nebbia alla valle . E con quelle olive benedette e insieme dolorose, siamo già nei territori psicoetnologici indagati dal genio di Ernesto De Martino… Insomma è una grande fascinazione quella che in poco più di un’ora si percorrere sul proprio Sangue . La meta è proprio la speranza, che solo l’arte, in questo caso, può dare. In questo senso, un concentrato, consapevole Delbono, e alla Magoni capace di ogni acustico prodigio, fanno da affidabili battistrada.

Da una parte un’immensa Petra Magoni che veste e spezza le note dentro vertigini, dall’altra Pippo Delbono che, quasi un cristo laico al centro del palco, pianta i chiodi della tragedia e li semina sulla storia personale che poi è la storia di tutti. Un racconto di compassione che parte da lontano e arriva fino al presente fatto di madri che ci hanno lasciato, di esuli, di lontananze, di addii e di vite vissute da un’altra parte, anche dalla parte selvaggia, come cantava LouReed. Ma il musicista americano, spesso evocato dallo stesso Delbono non è l’unico grande ad entrare in questo «concerto sul cielo e la terra». Il pubblico vede prendersi per mano Sofocle e Leonard Cohen, Sinead O’ Connor e Fabrizio De Andrè. L’anima salva, nel finale, è Bobò, attore-feticcio di Delbono, sordo, muto e per quarant’anni rinchiuso in un manicomio. La sua voce senza parole si intreccia alle note scalate da Petra Magoni. E, forse, meglio di qualsiasi altra cosa, ci fa capire che da qualche parte «deve esserci un modo di vivere senza dolore».